Dall’IJF12 / Stampa italiana e social network: non va poi così male..
Non sembra così sconfortante il panorama della stampa italiana secondo i dati presentati stamattina da Vincenzo Cosenza (meglio noto su Twitter con il nick @vincos) in Sala Lippi al Festival del Giornalismo. Di fronte alla comune percezione di una stampa preistorica rispetto alle innovazioni, i risultati della ricerca sono incoraggianti: il 63% dei giornali italiani hanno una pagina Facebook. Un numero discreto ma forse inaspettato, a giudicare dai movimenti elefantiaci che le testate, che nascono su carta, intraprendono in territori, quelli digitali, ancora poco esplorati con sufficiente consapevolezza. La parte del leone la fanno i quotidiani: ben l’88% di essi ha un profilo pubblico su Facebook, una percentuale che scende al 50% per i periodici (settimanali e mensili).
La ricerca di Cosenza, realizzata da Blogmeter, incorona su Facebook, per numero di fans, Repubblica, seguita dal Fatto Quotidiano che fino a 5 mesi aveva la leadership. Il quotidiano diretto da Ezio Mauro primeggia anche nel coinvolgimento con gli utenti, e sarà presumibilmente questa la sfida che le testate dovranno affrontare, al di là del numero di fans collezionati, misura buona solo per sterili sbandieramenti alle agenzie. I dati più sorprendenti giungono forse dai periodici: lo sapevate che il settimanale femminile Confidenze ha il miglior livello di “total engagement”? Pochi fans, prevalentemente femminili, ma massima interazione, per un utilizzo di Facebook come commento delle notizie e valido forum. A livello di numero di fans invece svetta Internazionale, mentre tra i mensili comanda Vogue su Focus.
L’idea è che i grandi quotidiani e la stampa periodica utilizzino Facebook come semplice rilancio delle news del sito, puntando meno al coinvolgimento e più alla conversione degli utenti sul proprio sito. Una strategia che può venire tranquillamente aggirata dalle piccole realtà, come Il Fatto Quotidiano, il cui portavoce nel panel, Federico Mello, spinge sulla necessità di avere un marchio riconoscibile, e senza neppure negare che il successo del quotidiano rosso sia stato favorito dall’epoca berlusconiana. Un periodo, quello, che ha stimolato il giornale e gli utenti a condividere notizie che si pensava poco o per nulla considerate dalla stampa mainstream, firmando loro stessi il rilancio dei pezzi con i propri amici. Poi certo, nascere già orientati alla Rete, ha concluso Mello, favorisce questa strategia.
Stefano Menichini, direttore di Europa, al di là delle colorite frecciate al collega del Fatto sulla qualità non così eccelsa del giornale di Padellaro (rincarando pure la dose, “Il suo posizionamento politico netto supera la qualità grafica”), ribadisce quanto sia importante partire da zero: un’opportunità d’oro per i piccoli giornali che possono dar vita a strategie inconsuete che i grandi gruppi editoriali non possono permettersi di abbracciare senza prendersi rischi. E proprio a proposito dei piccoli giornali, Menichini ha ventilato l’ipotesi, per Europa, di trasferirsi stabilmente sul web rinunciando alla carta. Una mossa dovuta alla precarietà dei contributi pubblici, ma anche ad una lucida presa di coscienza di un mercato, di carta, che non lo premia. Rimane da sciogliere il nodo di come i giornalisti dovranno abituarsi al nuovo panorama che integra carta e digitale, web e social network, perchè se è vero che le redazioni iniziano a spostarsi sull’online con risorse dedicate, le resistenze in primis sindacali osteggiano questo passaggio che diventerà sempre più inevitabile.
Passando all’analisi compiuta da Cosenza su Twitter, la conclusione pare più lucida: se Facebook è più adatta alla testata, Twitter è un mezzo più personale che si addice meglio al singolo giornalista, “che si relaziona più come persona” aggiunge Menichini, un fervido utilizzatore della piattaforma. C’è da dire che in realtà i giornalisti, veri protagonisti di Twitter, tendono a seguirsi a vicenda, alimentando un’autoreferenza che peró al tempo stesso cementa l’autorevolezza, anche se a discapito di una conversazione bidirezionale con chi segue i loro account (i profili vip con zero persone seguite abbondano). Manca ancora una ricetta giusta che spieghi come comportarsi profittevolmente su Twitter, perchè in realtà anche le testate, come aggiunge Luca Conti, prendendo spunto dai grandi giornali internazionale, possono fare bene senza dover demandare ai singoli giornalisti, soprattutto in Italia spesso braccati da limitazioni nelle opinioni personali da dover smorzare la propria spontaneità. Ma come ricorda Menichini, si è più portati a dare fiducia al singolo giornalista, che su Twitter si mette in campo anche come persona, che nel giornale impari a conoscere.
Ma non vi è alcun dubbio che la strada sia segnata per l’editoria: sia il web che soprattutto ora i social network sono diventati ambienti in cui la stampa italiana non può più permettersi di manifestare la propria assenza. La paura è sempre quella, spartita con le aziende timorose di queste nuove piattaforme abitate dagli utenti: la conversazione. Ma con le notizie non ci si può sottrarre al confronto, anche perchè i social network forniscono quel feedback, citato in conferenza da Mello, che la carta non può fornire, permettendo al giornale stesso di evolvere parallelamente agli interessi di chi lo segue e lo costruisce, indirettamente, con le proprie preferenze. E farebbe piuttosto ridere se i giornalisti decidessero, mossi da antiche resistenze, di non concedersi a queste nuove sfide. Menichini cita il prestigioso nome di LillI Gruber, che sarebbe in lizza per la poltrona di direttore dell’Huffington Post italiano ma che non ha all’attivo alcun account nei social network. Una provocazione tagliente ma che riflette bene l’attuale stato dell’arte, dominato da passi falsi e qualche incertezza di troppo. Ma, tornando ai numeri di apertura, il fatto che ci sia apertura alla sfida del digitale da parte di quella stampa tradizionale che i profeti vedono destinata all’estinzione è senza dubbio una cosa buona: le intenzioni di voler capire e muoversi al meglio in questi nuovi territori, complementari alla carta (ma chissà fino a quando) e così vicini al pubblico giovane che l’edicola non sa neppure cosa sia, fanno perdonare errori ed inciampi, figli della ricerca di un adattamento che dovrà essere sempre più convergente.
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