Dal Festival Del Giornalismo / Giornali e tablet: guerra ad Apple?
Il panel di discussione sul futuro dei giornali cartacei e la loro evoluzione digitale (come i tablet) può essere brillantemente riassunta dalla sentenza di Anna Masera (La Stampa,it): “Non è possibile essere alla mercé di Apple”. Concordano gli altri due ospiti Luca De Biase (Nova, Il Sole 24 Ore) e Claudio Guia (Gruppo L’Espresso), ma è ancora la Masera a spiegare quanto sia difficile prefigurare un avvenire sull’iPad di fronte all’azienda di Steve Jobs, di fatto “il nuovo editore”: “Ogni modifica richiede l’intervento di Apple, che decide tutto, dai prezzi alle modalità di pagamento, e noi siamo spesso in attesa degli ok per proseguire: impossibile continuare così”. La Stampa ha sviluppato tre progetti-app, dalla versione digitale del quotidiano a TTL-TuttoLibri e Italia Unita, che hanno riscosso un buon successo in App Store, ma lavorare con Apple è mortificante, quasi come creare progetti con partner geograficamente lontani: “TTL è stato sviluppato dalla studio Cases, che sono dei geni, ma capiscono poco le istanze italiane, e le modifiche a distanza sono frustranti”.
Il Sole 24 Ore, che da tempo punta sul dorso del giovedì Nova su innovazione e tecnologia, ha rilasciato venerdì scorso il secondo numero su iPad de La Vita Nòva, gratuito e interamente fruibile sul tablet Apple. Soddisfatto il supervisore Luca De Biase, che snocciola subito qualche dato: “In Italia una persona consulta un sito web di notizie per 70 secondi, rimane sul giornale per circa 25 minuti, mentre chi legge sull’iPad si colloca in mezzo agli estremi, ma soprattutto è più rilassato”. E in effetti è così: la tranquillità di fruire dei contenuti sul tablet è, oltre che interattiva, un’esperienza che cattura l’utente, senza farlo farneticare. Claudio Guia de L’Espresso pone l’attenzione sulla rivoluzione che Apple ha imposto agli editori, surclassando la proposta della carta elettronica di Kindle, e spiega come la scelta del gruppo di uscire subito con i pdf dei prodotti editoriali come Repubblica sia stata dettata da esigenze manageriali e peculiarità nazionali, rispetto all’estero, più abili a reimpaginare subito i contenuti per il nuovo mezzo di comunicazione. Poco male, visto che in poco tempo Repubblica su iPad è diventato un giornale interattivo, e poi c’è R7 che raccoglie i migliori articoli della settimana sotto forma di magazine tutto da fruire.
Tutti sono concordi sul fatto che l’informazione subirà spontanei e irrefrenabili cambiamenti nel modo di porsi con i lettori sull’onda della tecnologia, e quella cartacea dovrà necessariamente pensarsi e distribuirsi su tutte le piattaforme disponibili. Non soltanto l’iPad, dunque, come sentenzia controcorrente Anna Masera: “Ancora siamo indietro, certo le potenzialità del tablet Apple sono indubbie, ma sviluppare prodotti è molto difficile, e poi in Italia c’è il problema della connessione: io l’iPad non lo comprerei, aspetterei prodotti migliori e più abbordabili”. Il tablet ovviamente è una delle inevitabili soluzioni, l’altra è puntare sulle web-app, come illustra De Biase: “Girando soltanto sui browser, sfuggiamo ai dettami delle piattaforme proprietarie”, ma anche in questo caso la questione del digital divide e della disponibilità uniforme e accettabile delle connessioni la fanno da padroni.
E i costi? Puntare sullo sviluppo di prodotti digitali simili è un’attività totalmente a costo zero: la pubblicità copre le spese e gli utili vengono interamente reinvestiti, “come una startup” spiega la Masera. La forza lavoro non è ancora ingente, “tre persone lavorano per Repubblica per iPad e soltanto una per R7” spiega Guia, che aggiunge: “Tutto questo per l’editore è un impegno sostenibilissimo”. Emergono però figure specifiche attorno a quelle tradizionali, come i programmatori e i designer (non più grafici) che studino un’interfaccia non soltanto funzionale ma anche accattivante, aggiunge Luca De Biase. Di certo bisognerà tenere l’occhio vigile sul panorama digitale e soprattutto su alcune applicazioni che stanno diventando spine nel fianco degli editori. Guia punta l’indice su Zite, il neonato aggregatore di contenuti reimpaginati sotto forma di magazine che non si fa scrupoli di prelevare gli articoli, completi, dai siti di informazione e blog bypassando le indicazioni degli editori stessi. In realtà, Zite è l’evoluzione più raffinata ed interattiva di prodotti simili già da tempo in voga, come Pulse e Flipboard, che sfruttano i feed rss rilasciati liberamente dai siti per riempire di notizie la propria interfaccia: l’attacco di Guia dunque è certamente legittimo, ma necessita di un’ulteriore aggiustamento di tiro. E soprattutto la questione si intreccia con il discorso delle revenue, dei prezzi: quant’è giusto pagare per l’informazione sui tablet? Anche in questo caso Anna Masera è schietta: “Io non pagherei mai, soltanto se il prodotto è davvero strepitoso”. Si potrebbe ragionare per micropagamenti, come sollecita un giornalista dalla platea, ma servirebbe un accordo tra gli editori (ovvero impossibile) oppure funzionerebbe soltanto per alcuni prodotti specifici, come Il Sole 24 Ore, con il pagamento di articoli specifici. Il panorama, in conclusione, è ancora tutto da scoprire, di certo i nuovi mezzi di comunicazione hanno costretto gli editori a riformulare la loro presenza e il loro modo di concepirsi al pubblico. “L’iPad – ha asserito Marco Pratellesi di Condé Nast – ha risollevato le sorti dei magazine” grazie alla convergenza di interattività e informazione. E poi dalla parte degli editori illuminati c’è la forza del brand, della testata, unico faro maestro e garanzia di qualità. Poi sarebbe ovviamente cosa buona e giusta non far pagare una copia in digitale 20 cent in meno di quella cartacea, ma prima o poi arriveremo anche a questo.
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