In media sta la protesta

Paola Caruso, la giornalista precaria del Corriere Della Sera che aveva aderito allo sciopero della fame in segno di protesta per la propria condizione lavorativa e ora impegnata a difendere i diritti dei giornalisti precari, ha partecipato al convegno, promosso dall’Associazione Lombarda dei giornalisti e la FNSI, su precariato e lavoro autonomo che si è svolto a Milano venerdì scorso. Il suo resoconto non pare essere molto roseo:
Due cose mi sono rimaste imprese. La prima è una frase di Giovanni Negri (presidente ALG): “Il tuo sciopero della fame non poteva arrivare all’opinione pubblica perché non era una notizia”. Non sono d’accordo. Gli operai sulla gru hanno avuto la prima pagina. Il mio sciopero della fame non meritava neanche una breve dopo il can can in Rete? Non ci credo. La notizia è stata ignorata per evitare altri scioperi della fame. Le redazioni sono piene di Paole Caruso.
La seconda è un’affermazione forse di Anna Del Freo (vicepresidente ALG): “In maniera veloce si può intervenire soltanto sui casi singoli”. Della serie: uno alla volta e si salvi chi può.
La disillusione di Paola è tristemente verificata dal quasi silenzio che ha accompagnato sulla stampa la sua battaglia, terminata ancor più in sordina. Si potrebbe riflettere ancora sull’efficacia mediatica dello sciopero della fame (un cavallo di battaglia di Marco Pannella, da rispolverare periodicamente) e sulle variazioni sul tema, ricordandoci banalmente che a fare notizia, oltre all’eccentricità, è l’inusuale, e salire sul tetto e sulle gru ha rappresentato la novità (e l’abuso determinerà il declassamento a routine). Nella guerra tra “poveri”, sorprendere i media tradizionali diventa una prerogativa (perché, per quanto effervescenti e così umani, Internet e social network non riescono a concretizzare realmente il proprio peso sociale). Lo scoperchiamento del calderone dei grattacapi editoriali, che i giornali stessi si guardano bene dal rilanciare su carta, completa inevitabilmente la sconfitta.
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