La campagna pubblicitaria de Il Manifesto: soldi sprecati o missione compiuta?
Questa è l’immagine più interessante della campagna pubblicitaria che l’agenzia The Name ha prodotto per promuovere gli abbonamenti al quotidiano Il Manifesto. Lo sanno anche i ciotoli di sopra, la testata rischia di sparire, sono partiti gli slogan per invitare i lettori a prendersi cura del proprio giornale ma non pensavo si sarebbe arrivati a veri e propri manifesti (sigh) pubblicitari, se non altro perché affidarsi ad un’agenzia richiede soldini da investire in comunicazione, e per un giornale a rischio morte e dall’appeal pubblicitario infimo, profondamente – e dannatamente – connotato, vuol dire scavarsi ulteriormente la fossa. Perché non si riesce a capire quale sia il target da colpire con questa immagine: non di certo il lettore navigato che acquista di routine la sua copia, forse catturare il lettorato giovane, che però ha tutt’altri interessi – certo, a parte la gnocca-allodola? In sé, l’idea della pubblicità è geniale, e la parte finale del bodycopy “piuttosto che snaturarci, preferiamo chiudere” ne è l’essenza. Ma l’obiezione diventa: sicuri che anche se parlasse di gnocca o di gossip, il Manifesto si salverebbe dalla morte quasi certa? Ho i miei dubbi.
Sotto l’altra immagine della campagna, con la trasformazione del quotidiano in un settimanale scandalistico – qua però si sbaglia forma, perché si passa alla rivista, che oggettivamente non c’entra alcunché. Il tutto verrà proposto su stampa (quali quotidiani punteranno su un giornale concorrente, al netto della compassione prevista?) e radio (radio? aiuto). Ma The Name ha fatto già ottime cose per il Manifesto: vi ricorderete la campagna per la numero del 28 aprile scorso, dedicato alla libertà di stampa (e venduto a 40 centesimi). L’idea declinata in più payoff era azzeccatissima. Questa, un po’ meno, perché è diventato difficile pure difendere la croce rossa dagli spari, ahimé.
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